57 - CARTELLI DI SFIDA che praticavansi spedire da' cavalieri giostranti agli sfidati qualche giorno prima della lizza.

È questa una raccolta preziosa e difficile a trovarsi, che mostra appieno lo spirito che prevaleva allora nell'animo di que' patrizii, e che aveva per iscopo promuovere alla patria lustro decoro ed utilità, dacchè simili rappresentazioni facevano intervenire e vicini ed anche lontani forestieri.

I PALADINI VOLANTI DELLA FAMA AI CAMPIONI INFINGARDI DI CUPIDO

I terribili soffi del vento passato avranno già dato indizio della Nostra strepitosa comparsa. Non poteva la stagione mandar avanti foriero più somigliante le nostre vittorie, quanto un elemento indomito, che non si move senz' impeto, e che atterrando cittadi e campagne, e spaventando con urli, e sibili tutte le spezie de' viventi, viene a dimostrare gli effetti formidabili del nostro solo apparire. Mentre dove veniamo noi, non vogliamo che vi resti nemmeno la polvere, sollevandola subito per serrar del tutto gli occhi a chi non li sa aprire alla gloria. Voi, che seguaci di un CIECO NUME, vivete come talpe sepolti nelle tenebre delle vostre debolezze, scuotetevi al tuono di tante furibonde CARRIERE; e non potendo vedere all' abbagliante lume della FAMA le linee portentose delle nostre lancie; fatevi raccontare dal sussurro della comune meraviglia, come tolgon dritte di mira questa bella sfera pendente: e saprete poi dire se trapassano cosi bene le Amasie i vostri cuori, come infilziamo noi ben sicuri questo rotondo bersaglio. So che la similitudine non vi quadra, poichè la ferita, che vi van facendo nel seno quelle ninfe vezzose, secondo l'infallibile testimonio del vostro innarivabile Poeta

E' colpo di saetta e non di spiedo.

Ma vi convinceremo con una nuova quadratura di circolo, che sostenterà con in vincibile fortezza MOSTRARSI COSÌ TRA LORO CONTRARI LA FAMA, E L'AMORE, ATTESO L' ESSER UNO ORBO AFFATTO, E L'ALTRA TUTT OCCHI; CHE NELLE AZIONI GRANDI È ASSOLUTAMENTE IMPOSSIBILE ESSER INSIEME FAMOSO, ET AMANTE. La massima si ha da scrivere con punte d' acciaro nel vacuo di questa PERFETTISSIMA FIGURA, che vuol dire nell' aria, che universalmente si spira da tutto il mondo d' onore: Affinchè rimbombandone l' eco fin negli antipodi del coraggio, resti assordata per sempre la vostra deplorabile infingardaggine: e la passione più bassa, che vi tiene avviliti al piede di quelle metaforiche Deità, si veda ora calpestata, et abbattuta dalle zampe paladino de' nostri VOLANTI destrieri. Alle prove.

I CAVALIERI ARDENTI AI CAVALIERI
d'Ardenna

Non è sì facile, o generosi cavalieri, l' impegnarsi a mantenere per evidente ciò che vi detta l'ingegnoso vostro valore. Gli ardori del nostro coraggio e' invitano con lume più vigoroso a conoscere e sostenere che: LA MAGGIOR GLORIA DEL CAVA- LIERO È IL VIVERE CON ONORE. Accettiamo volentieri l'impresa d'investire unitamente con voi i due mostri, che investano la selva, impugnando le lancie a rocchetta ed a punta, certi, che la fierezza di quelli dovrà finalmente cedere alla bravura del nostro braccio; ma non cosi saremo per concedere tutta la gloria al vostro parere, noi che siamo risoluti di contrastarvela. Nell'arena del campo prescrittoci vogliamo imprimere caratteri di sangue, co' quali possa autenticarsi per mi gliore la massima della nostra sentenza. Piaceravvi dunque, scelti i padrini, di comparire a cavallo al contrasto, che prende per proprio termine distintamente due tempi; nel primo combatteremo singolarmente corpo a corpo con un solo incontro di pistola e di sciabola, e nel secondo ci azzufferemo tutti e sei ugualmente con duplicata passata di pistola e sciabola; e così lascieremo al valore la decisione di nostra causa.

LADISLAO DI VILNA AI CAVALIERI BOLOGNESI

Vent'anni ho scorsi, o cavalieri bolognesi, i più remoti, e più inospiti termini della terra. Me spettatore, le stagioni hanno gelato il Caucaso, impetrito l'Erimaspe, e quasi consunte l'Etiope. Sazio di tanti rigori di natura, mi sono condotto a queste spiaggie, dove gli occhi miei, per promissione della fama, potevano aspirare ad uno spettacolo, dalle bellezze di mille Veneri deificato. Non è stata cosi rigida la stagione, che m' abbia impedito si, che per consolar queste luci, dal non mirar giammai altro che barbarie nauseate, io non sia venuto precipitando. Ma che ? Giunto appena, il primo suono della tromba m'additò cento cavalieri, che con portamenti gentili, e sensi disumanati incrudelivano con le lancie in un tronco. In un tronco, che dalla mia pietà forse animato, parve che cosi si dolesse. Pretender glorie dove pericolo non s'incontra? Ora che si sentono i maggiori strepiti del vivo Marte correrà mendicar le palme dall'eccidio d'un legno? Deh mira, o Ladislao, come dai colpi traffitto, e dagl'inchiostri imbrattato, io mi senta incapace di contar le costoro vittorie non solo per generose, ma nè tampoco per immaculate? Rivoltatomi allora per spiar la cagione di sì barbare e vane usanze, mi s' offerse agli occhi una luce, che m' ottenebrò la libertà. Vidi una bellezza di barbare gonne recinta; barbara, se barbaro è il cielo. Con un guardo si dolce, che nulla più, m' impresse costei nell'anima un carattere, che sciogliendo i miei dubbi, così rispose. Misero, e di che stupisci? Altrove bensì, può vergognarsi, ma qui solo gloriar si può d'esser barbaro il cielo. Affidati in queste luci mie, e vedrai che barbaro è il più bel pregio di natura. Diportano questi cavalieri le lancie loro in un legno, per non irrigidirle in un petto, la qualità de' costumi, non il sito dell'origine rende barbaro un cuore. Intanto impara tu, che sotto la benignità di questo cielo clemente, sono più mirabili e stupende le più barbare cose. Quale io mi sentissi allora non so: so, che affidai le luci al firmamento, forse per accettarmi se barbare eran le slelle in cielo, ma senza forse per assicurarmi se quello era cielo, che non era presso e calcato da colei che gli occhi giuravano sole. Eccomi, o cavalieri bolognesi, in campo, non men cinto il petto di piastre, che infiammato di barbara bellezza il core per corrispondere col valore del braccio all'ardore del seno. Eccomi dico risoluto, o di finir la morte dinanzi a quegli occhi, che me la principiarono, o di rendermi, non in tutto indegno di questo teatro, che nelle stesse cose più barbare non è senza gran maraviglia.

ALLE GENTLISSIME DAME DI FELSINA RODOMONTE, SACRIPANTE, MANDRICARDO, RUGGIERO
Cavalieri Di Agramante

Dal campo Africano, ove corre la fama di questi vostri tornei, eccoci, o gentilissime dame, sul lido del vostro Reno. È noto essere avvezze a qui comparire schiere di mori con le loro lancie a dividersi le vittorie; quindi è che ci è sembrata non meno propria in questo luogo la nostra comparsa, e se recheremo minor meraviglia a' vostri occhi con volti meno dissimili ai vostri, forse maggiore la recherà ai vostri cuori la robustezza del nostro braccio: quanto essi mostruosi appaiono nei colori, tanto noi lo appariremo nelle prove, e vi faremo conoscere che cotesti soli mostri non fanno terribile l'Africa. Il nostro valore la fa tremenda all' Europa piena di cavalieri da noi abbattuti. La sicurezza de' colpi maestri, non l' esterna fierezza de' volti deve costituirvi i campioni. Lo manteremo, o nobili spettatrici; ISABELLA già fiera non meno a se stessa, che ad uno di noi, lo spirito sempre vivace di ANGELICA, la tenerezza di DORALICE, il leggiadro valore di BRADAMANTE si sono fatta rendere giustizia alla fama per mezzo delle nostr' armi, e sono di voi più famose, benchè voi non meritiate d' esserlo meno. L'esser i mori, e noi impegnati ad un solo sovrano c'impedisce per ora di segnare su le loro fronti le prove de' nostri vanti. La celata del Saraceno aspetta i colpi di essi, e di noi alla vostra presenza, e ci dichiariamo oltremodo ambiziosi di questa vittoria, che avrà per giudici i più begli occhi d'Italia.

FLORISEO CAVALIER D' HIBERNIA
A' CAVALIERI BOLOGNESI

All'armi, alla pugna, o generosi cavalieri di Felsina, non sapete che volge le spalle a' trionfi chi non rivolge la faccia alle battaglie? E che pensaste neghittosi, che dalle più gelate provincie non si presentassero al campo cavalieri riscaldati alle guerre, invigoriti al cimento delle vittorie? Qua m' ha spinto l'animo impaziente di pesare con l'asta il vostro valore. Il fiore de' miei anni, delineato anco nel nome stesso, saprà rintuzzare l'orgoglio di chi solo affidato nell'esperienza supposta, o in una chioma canuta, o in età più provetta, presume involarmi quella gloria che è dovuta alla vigorosa mia destra. Sventurato destino delle belle dame di Felsina. da cui gli furono prescritti in sorte cavalieri, che nell' effeminate lindure hanno riposto il trofeo delle loro speranze. Non partorisce gloria la divisa de' galani intrecciati ad un braccio, innestati ad un cappello, ma bensì sciolti in benda sopra d'un lampeggiante acciaro. Le corone serbate in premio delle battaglie, non sono intessute di narcisi, ma di lauro e di palme. Non con l' acqua di lacrime amorose, ma di sudori grondanti sotto il peso dell' armi s'innaffiano gli allori, con che si circonda la fronte a' vincitori. Ecco il campo, ecco l' armi, ecco le dame spettatrici del vostro valore; è chi vi ritarda se non la pigrizia e il timore? sperate forse, eh' esse mosse a pietà fortifichino in campo ricoperte d' acciaro a supplir le vostre mancanze ? L'aggradire di conformarsi al vostro genio, gli vieta impugnar l'asta, imbracciar lo scudo, e maneggiar destrieri. Nel candor di quest' armi specchiate il vostro rossore. Mi presento al cimento, pongo in resta la lancia, e qua v' attendo.

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Il potente SERIPH MUTHAAR Re dell'Arabia felice, godendo tranquilla pace, commette la reggenza de' vasti suoi Stati alla fedeltà de' suoi satrapi, e passa al gran CAIRO. Colà giunto, portandosi ad ammirare nelle Piramidi Egiziane lo sforzo dell'antica magnificenza, incontrasi pel cammino di BULAC nel monarca di Siam JOAHR signore di vasti mari, e di immense provincie Orientali, comprese tutte sotto il magnifico nome di KROM THEP PRAMMA KALKOEN, che è lo stesso che dire della parte di terra visitata dagli Dii.
Premesse le cerimonie al grado e all'uso loro convenienti, l'uno l'altro interroga della ragione de' lunghi viaggi intrapresi, e ciascuno egualmente la trova diretta ad apprendere dal mondo nuove leggi e costumi per la felicità de' suoi popoli. In tal tempo giunge loro notizia nella famosissima metropoli d'occidente la GRAN ROMA esser seguita l' elezione del PRIMO SACERDOTE DELL' UNIVERSO. Pensano esser questo lo scopo più vantaggioso de' loro viaggi. Passano in Alessandria, e sovra armate navi drizzano il loro corso verso la Sicilia. Da feroci procelle sono spinti a' lidi della Città regina dell'Adriatico. Ammirano ivi la ricchezza, la magnificenza di sì illustre città, e d'ogni parte odono rimbombare gli applausi al nome dell'eletto GRAN VICARIO DEL RE DEI RE. Viene inoltre ad essi significato esser poco lungi la gloriosa patria di sì gran Principe, e in essa risplendere la gloriosa ed antica sua stirpe. Verso la rinomata e felice città di FELSINA, su destrieri riccamente adornati, e da scelta comitiva accompagnati, drizzano il cammino.
Oggi giunti in BOLOGNA passano senza dimora a rendere ossequio alla nobilissima famiglia dell'eletto gran Sacerdote, e non tralasciano di dimostrare atti di divozione al rispettabile governatore di FELSINA , il nome del quale, per l'altissima fama di sue gloriose intraprese. non solo non è ignoto, ma è venerabile anco ai più remoti re della terra.

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ALTABERGO D'ARDENNA AI CAVALIERI DI FELSINA

Il nome solo della mia patria basta a far nota l'indole del mio genio. La selva d'Ardenna; famosa sino ai tempi d'Artù, non ha d'uopo d'esser descritta a menti di cavalieri erudite in tutto ciò che spetta alla gloria. Felici quei secoli in cui le di lei piante risuonavano sempre ai colpi de' cerri impugnati da destre onorate. Ora, per quanto io l'abbia passeggiata più volte, ho ben sempre trovati i di lei tronchi fecondi di lancie per le battaglie, ma non guerrieri che le maneggino. La fama del vostro valore, o cavalieri, mi fece intendere essersi trasferito sul vostro Reno il più bel pregio d'Ardenna, e che le vostre piazze offrono libero lo steccato alle prove de' generosi. Quindi varcato quello spazio di mondo, che mi divideva da voi, eccomi. a mantenervi che L' UNICO OGGETTO DI CHI NACQUE NOBILE DEVE ESSERE IL SOLO ONORE SCOMPAGNATO DALL'UTILE E DAL DILETTO. Questa massima, che mi nacque, e m' alberga nel cuore. col sangue, m' inspira al seno il coraggio, al braccio la forza di scriverla a note di colpi su le vostre ardite fronti. O vinto, o vincitore, so che non posso sfuggire la gloria con si grandi Emuli. Spero però che le stelle, da cui scendono influssi guerrieri agli spiriti nobili siano per assistere alla giustizia della mia causa, nè io vo' fare ingiustizia all' impeto, che in me muovono col più trattenerne gli effetti. Diasi fiato alle trombe.

I CAVALIERI D'ARDENNA A CHI PROFESSA ONORE

Finalmente siamo arrivati a quel termine, che viene prescritto dal coraggio agli Eroi. Gli spiriti grandi mirano con occhio intrepido la faccia delle imprese più malagevoli, e l'orrido sembiante è quello, che gl'innamora; quindi è, che se pronti entriamo in campo, abbiamo stimato di far giustizia al vostro valore, con invitarvi ad un duplicato cimento, in abbattere con lancia a rocchetta, e con lancia da punta i due mostri MAUROCEFALO e DRAGOMARTE nella SELVA NERA per lo giorno 4 di settembre 1702. Con questo pretende il nostro spirito di mantenere che: La lode maggiore del cavaliere è il morir con onore. A chi nudrisce contrario parere, superati i mostri, assegna la selva il campo proporzionato alla decisione della contesa.

A PERIANDRO DI FELSINA

Egli è forza, Periandro, ch'abbiate più pratica co' Marrani, che con gli Alcidi, ch'ei non vi riuscirebbe sì nuovo, come fa, che gli Ercoli sapessero alternare, opportuni, la clava. e la conocchia. Achille, in Scio, minia altrettanto ben, con ago industre, i subbi più preciosi della Frigia, quanto prode trafigge, con Ibera ferita, gli eroi più valorosi dello Scamandro. E qual Loico v'imparò d'argumentar dall'illarità del nostro braccio una cattiva complessione nel nostro valore? Il mio cuore è un leone, che si spassa a piè della sua bella Cibele. Se ozioso lambisce la mano ( mano, che infinitamente l' onora col solo comportarselo a piedi ) tutt' è, perchè non ha chi ardisca di provocarlo a mordere. Se invido di trovargliele tutto giorno a' fianchi, amate di scostargliele, con chiamarlo al teatro, eccovi il gaggio. Affrettatevi. Non si perda un momento. Troppo, ah troppo mi costa la dilacion del ritorno a quei beati scherzi, donde mi rapisce importuna la si trepida e pallida vostra tromba. Ma dove ha il vostro mandatario ? Che posso argumentar di quel braccio, che lancia di soppiatto.
COLOANDRO DI SICILIA.
Dichiaro mio mandatario il sig. senatore Gessi.